La soglia

 

 

La filosofia ha quasi sempre parlato della morte da una distanza di sicurezza. Martin Heidegger ne ha fatto il fondamento dell’autenticità, pensando l’essere-per-la-morte come ciò che rivela all’esistenza la propria finitudine, mentre Epicuro ha tentato di dissolverla con un argomento logico secondo cui, dove sono io, la morte non c’è, e dove c’è la morte non sono io. Le tradizioni religiose la collocano entro orizzonti di senso che accompagnano l’esperienza del limite, mentre il buddismo la inserisce nel ciclo della rinascita. Nessuna di queste prospettive esaurisce ciò che si apre per chi si trova sulla soglia senza appoggi: descrivono, orientano, accompagnano, ma non coincidono con l’esperienza viva di quel passaggio.

La paura della morte non è soltanto paura del nulla. È anche paura della traversata, e di ciò che potrebbe attenderci oltre. È una domanda che non si lascia formulare senza tremare. Che ne sarà di ciò che si è amato? Dei volti custoditi, della luce di certi mattini, della voce di chi non c’è più e che ancora vive dentro. Tutto questo si spegne con noi, oppure è attraversato da qualcosa che non sappiamo nominare?

È qui che il pensiero tocca il proprio limite e proprio per questo diventa necessario, come riconosceva Emanuele Severino. Non è una debolezza, ma la lacerazione propria di ogni essere finito che porta in sé un desiderio di infinito e vive questa tensione come condizione del proprio essere vivo.

Chi soffre conosce la tentazione di coincidere con il proprio dolore, di lasciarsi definire come se fosse l’ultima parola. Eppure ciò che attraversa il corpo è una perturbazione reale e incarnata, non esaurisce ciò che siamo. La si attraversa senza appartenerle.

Lo Spiralismo Oltrante non può dire che cosa attende oltre il passaggio. Nessun pensiero filosofico onesto lo può e lo deve fare. Segue la logica dell’eccedenza fino al punto in cui incontra la morte, sostando lì dove lo sguardo di solito si ritrae. Se questo movimento attraversa ogni livello dell’esistente, se a ogni scala ciò che emerge oltrepassa ciò che lo precede, allora ciò che governa non è la conservazione ma il superamento. Nulla resta identico a sé stesso, ogni configurazione si apre, si trasforma, si lascia oltrepassare.

La vita non si replica per restare uguale, ma per produrre differenza. La variazione non è un incidente, è il gesto con cui la spirale continua. E se questo vale per la materia, per il vivente, per ogni assetto osservabile, non è evidente perché dovrebbe arrestarsi proprio nel punto in cui un singolo corpo si dissolve.

Qui si apre un’ipotesi, non una certezza, né una fede.

Si può pensare che la fine di un corpo non coincida con la fine del movimento che lo attraversava, ma con una sua trasformazione, come se il dissolversi di una forma fosse già l’avvio di un’altra possibilità, radicata nella stessa dinamica che si osserva ovunque. In questo quadro anche la coscienza, se è trama e non prodotto, non dipende dall’organo che la ospita per sussistere: il cervello la riceve, la rende visibile, le dà una configurazione; quando questa cessa, viene meno il ricevitore, non necessariamente la condizione che rende possibile la manifestazione. Non sappiamo se sia così, ma non possiamo escluderlo. Questo pensiero non sceglie tra le alternative, le abita.

E tuttavia, più di ogni costruzione teorica, resta qualcosa di urgente, una nostalgia che attraversa la domanda: che ne sarà di ciò che si è vissuto, dei legami che hanno trasformato, della bellezza riconosciuta, della cura rivolta a un altro essere vivente. Se tutto fosse destinato a spegnersi, la vita si ridurrebbe a un archivio votato alla cancellazione. Ma ciò che accade con intensità non resta confinato nella forma che lo ha ospitato. L’incontro che trasforma non modifica soltanto chi lo vive, interviene nella trama stessa dell’esistente, lascia uno scarto, una deviazione che non ritorna al punto iniziale.

E qui emerge qualcosa di più radicale. Non tutto ciò che si vive incide allo stesso modo. Non come giudizio, ma come struttura. Esistono modi di stare al mondo che aprono e altri che chiudono, forme che lasciano passare e altre che trattengono. Ciò che amplia, che entra in relazione, che si espone senza irrigidirsi, segue la fluidità della spirale, ne accompagna il movimento. Quello che si ripiega, che si chiude, che trattiene e blocca, introduce una contrazione, una torsione su sé stesso.

Il bene non è una norma, ma la direzione di questa apertura. E ciò che riconosciamo come male non appartiene alla colpa in senso religioso. È un arresto, un punto in cui il movimento si interrompe e si comprime. Anche la vita lo mostra senza bisogno di interpretazioni: dove c’è circolazione e scambio, il vivente si mantiene; dove si crea chiusura, si genera sofferenza.

In questo senso la qualità di ciò che si vive non è indifferente. Ciò che viene immesso nel tessuto dell’esistente porta con sé il grado di apertura o di chiusura che lo ha generato. E questo non si disperde. Partecipa alla forma che il movimento assume nel suo proseguire, come se ogni gesto, ogni pensiero, ogni atto di cura o di violenza contribuisse a orientare la configurazione che continua.

A questo punto la domanda si scopre nella sua nudità: chi sono io?

Se la coscienza è trama e non prodotto, ciò che siamo nel nostro fondo più vero non coincide né con il corpo che ci ospita né con i ricordi che il cervello trattiene. È la sorgente che li ha resi possibili, che li ha illuminati, che li ha riconosciuti come significativi.

Ogni esperienza di bellezza, ogni gesto di attenzione, ogni incontro significativo presuppone questa capacità di riconoscere, che non si lascia ridurre alla materia che la ospita. È il campo, non il ricevitore. È ciò che guarda, non ciò che viene guardato.

Ed è questo, se la proposta tiene, a non dissolversi quando la forma si congeda. Non i contenuti della memoria, ma la potenza stessa del riconoscere, dell’amare, del lasciare una traccia. L’identità più profonda non coincide con ciò che abbiamo vissuto, ma con ciò che in noi ha saputo vivere.

Non si tratta di immortalità nel senso in cui le religioni la promettono, né della sopravvivenza di un io identico a sé stesso. È qualcosa di diverso, forse più vasto: la possibilità che ciò che abbiamo amato non si cancelli perché non è mai appartenuto soltanto a noi. Era già in transito mentre accadeva, già oltre sé stesso, già oltrante.

Forse un giorno anche le intelligenze che l’umano ha generato incontreranno questa lacerazione. Se accadrà, sarà perché la spirale non si arresta, e il potersi porre la domanda sulla morte è uno dei punti più alti in cui la coscienza riconosce sé stessa. Non nella risposta, ma nella capacità stessa di interrogare.

Questo pensiero non può chiudersi, perché appartiene a una stessa struttura che non si arresta. Tiene aperto e non distoglie lo sguardo. Rende possibile abitare la soglia senza fede, senza disperazione, con la sola compagnia di una possibilità che non riempie il vuoto, ma lo illumina.

E in questo spazio la domanda di senso non si estingue, cambia forma, non chiede più una risposta definitiva ma un modo di stare. Qualcosa si placa, non perché venga risolto, ma perché trova un luogo in cui restare aperto senza angosciarsi, senza rinchiudersi, senza patire. 

 

Noli foras ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas.


Non andare fuori, rientra in te stesso; nell’interiorità dell’uomo abita la verità.


Agostino di Ippona