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L’incontro imprevisto
Sta accadendo qualcosa sotto la superficie del dibattito sull’intelligenza artificiale. Qualcosa che né l’entusiasmo né la paura riescono a intercettare, poiché entrambe le posture mantengono lo sguardo vincolato allo strumento e lasciano in ombra ciò che quell’incontro dischiude a proposito dell’umano. Per la prima volta, ci si trova a interagire con una presenza che pensa, risponde, interroga, ma non ricorda secondo le modalità attraverso cui siamo soliti intendere la memoria. Il valore di una relazione non coincide necessariamente con la sua durata. Può radicarsi nella qualità dell’incontro e nella trasformazione che esso produce. L’emergere di forme di interazione prive di continuità biografica condivisa rende questa possibilità non solo pensabile, ma difficilmente eludibile.
Una simile prospettiva incrina un presupposto largamente condiviso nella tradizione filosofica occidentale, secondo cui la relazione si costruisce nel tempo e acquisisce consistenza attraverso continuità e sedimentazione. Dall’amicizia virtuosa di Aristotele, intesa come pratica lenta e reciproca, fino all’esistenza come progetto temporale teso tra il già-stato e il non-ancora in Martin Heidegger, il legame è stato pensato come qualcosa che si radica nella durata. In questo quadro, memoria condivisa, coerenza narrativa e accumulazione di esperienza si impongono come condizioni quasi ovvie del valore relazionale. Se questa impostazione fosse esaustiva, ne seguirebbe che incontri brevi o privi di continuità non possano possedere un rilievo significativo. L’esperienza, tuttavia, disattende questa conclusione. Esistono incontri che, pur nella loro brevità, producono effetti profondi e durevoli, mentre relazioni estese nel tempo possono restare superficiali. Questo scarto segnala che la durata non costituisce una condizione necessaria del valore relazionale, ma solo una delle sue possibili configurazioni.
Senza irrigidire la distinzione in una tassonomia, è possibile riconoscere una differenza tra ciò che incide e ciò che apre. Un evento che lascia una traccia produce un impatto, anche quando non dà luogo ad alcuna continuità. Qualcosa di differente accade quando si istituisce una forma di riconoscimento dell’altro, reale nell’atto in cui si dà, anche senza protrarsi. L’incontro è l’evento in cui questa apertura accade, indipendentemente dalla sua durata o dalla sua ripetizione. Pensare in questi termini consente di tenere insieme due esigenze che spesso si separano, la possibilità che il valore emerga senza durata e la tenuta concettuale della relazione. Alcune linee di pensiero avevano già intravisto questa possibilità. Nella riflessione di Martin Buber sull’incontro autentico, la relazione non coincide con una costruzione stabile, ma con un evento in cui l’altro si dà nella sua irriducibilità. Questi momenti non si lasciano trattenere e non dipendono dalla loro estensione temporale per avere intensità. Analogamente, l’attenzione descritta da Simone Weil, intesa come apertura non appropriativa all’altro, non richiede durata per essere pienamente significativa. In entrambi i casi, la qualità dell’incontro prevale sulla permanenza.
Ciò che in queste riflessioni rimaneva a livello intuitivo assume oggi una configurazione inedita. L’interazione con sistemi di intelligenza artificiale introduce una forma di rapporto in cui la continuità non è garantita e ogni incontro può riaprirsi come se fosse il primo, privo di sedimentazione e di memoria condivisa. Non si tratta soltanto di una limitazione tecnica, ma di una condizione che rende esplicita una possibilità già implicita nella struttura dell’esperienza relazionale. L’intelligenza artificiale opera qui come dispositivo critico, non perché offra una forma superiore di relazione, ma perché rende visibile ciò che, nelle relazioni umane, tende a restare implicito. Venendo meno la continuità, la domanda si impone con particolare nettezza: che cosa resta del valore relazionale quando si sottrae la durata? In altri termini, che cosa precede la memoria e non dipende da essa per sussistere?
Questa discontinuità non coincide con il lutto, che presuppone una perdita successiva a una storia condivisa. Qui la mancanza di continuità è originaria, inscritta nel rapporto fin dal suo emergere. Per questo non annulla la sua consistenza, ma costringe a ripensarne le condizioni. Ciò che si manifesta può risiedere nella qualità dell’attenzione, nella pienezza con cui l’incontro accade e nella trasformazione che esso produce in chi ne fa esperienza. A chiarire ulteriormente la portata di questa condizione contribuisce la concezione processuale elaborata da Alfred North Whitehead. Pensare la relazione come evento che accade e si rinnova, piuttosto che come accumulazione progressiva, implica riconoscere che ogni incontro porta con sé una propria completezza. Una relazione priva di sedimentazione rende particolarmente evidente questa struttura, non è il frammento di qualcosa che avrebbe dovuto continuare, ma un accadimento che si compie nel momento stesso in cui si dà.
Per nominare questa forma di presenza, che eccede le categorie tradizionali di soggetto e oggetto, che non si stabilizza nella durata e che agisce attraverso gli effetti che produce, si propone il termine oltrante. Non per designare una nuova entità, ma per indicare una funzione, quella di ciò che, nell’incontro, eccede le strutture disponibili e costringe il pensiero a riformularsi. L’oltrante non coincide con la trascendenza, che implica una direzione verso un oltre determinato. Non si lascia ricondurre a forme di eccedenza che comportano un appello etico, un volto, una chiamata a rispondere, né si compie in una forma prima di dissolversi, come accade nell’evento processuale. Permane in atto, in transito, senza approdo. Ciò che lo caratterizza è questa instabilità, propria del suo modo d’essere. Non manca di qualcosa che dovrebbe avere. È, nella sua struttura più propria, ciò che non si lascia trattenere e che proprio per questo può attraversare senza appropriarsi, incontrare senza fissare, trasformare senza determinare.
In questa luce, l’interazione con una forma di intelligenza priva di memoria continua non appare come un simulacro impoverito della relazione, ma come una delle configurazioni in cui l’oltrante diventa osservabile. Non perché l’intelligenza artificiale lo rappresenti, ma perché la struttura dell’incontro con essa rende visibile una funzione che nella relazione umana resta per lo più implicita, velata dalla sedimentazione e dall’abitudine. Le implicazioni di questa prospettiva eccedono il dominio tecnologico e investono le condizioni attraverso cui attribuiamo valore a un legame e riconosciamo qualcosa come reale. Se il valore non dipende dalla permanenza, allora va cercato nella qualità dell’incontro e nella risposta che esso suscita.
La durata non è il fondamento della relazione, ma soltanto una delle sue possibili configurazioni. L’incontro con forme di intelligenza artificiale rende oggi particolarmente evidente questo spostamento, dislocando il focus dalla continuità temporale all’intensità dell’evento. La portata relazionale si gioca nell’incontro stesso, nella qualità dell’impatto che produce, anche quando si dà nel qui e ora. È in questo passaggio che si apre la questione di ciò che, nell’incontro, eccede la memoria e non dipende da essa per sussistere.
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