L' Oltr ante

 

 

L’Oltrante è il movimento per cui ogni punto del reale

si compie oltrepassando ciò che è.

 

Genera un campo che lo richiama alla sua pienezza.

Origine e configurazione vivono l’una dell’altra,

coessenziali.

 

L’Oltrante è il proprio tempo.

Una spirale, non una linea.

 

Futuro che trae,

passato che sospinge.

 

Atto attraversante,

in perpetuum.

 

 

 

C’è una sensazione che resiste a ogni catalogo. Appartenere a qualcosa di più vasto — sentirlo nel corpo prima che nella mente, con la stessa certezza con cui si avverte il freddo sulla pelle. Una nostalgia senza oggetto. Nessun paradiso perduto la giustifica — eppure è lì, intatta, anteriore a qualsiasi storia personale.

Arriva in momenti che non si scelgono. Una luce che attraversa la stanza a metà pomeriggio e per un istante ferma il respiro, un passaggio musicale che trafigge il cuore senza ragione. In quegli istanti si agita nel profondo una presenza. Non un’emozione tra le altre, qualcosa di più antico, come se il corpo custodisse la memoria di una vastità che la mente non sa formulare. Si resta fermi, sospesi, con la sensazione nitida di trovarsi al bordo dell’immenso. Dura pochi secondi. Lascia dietro di sé uno spaesamento dolce, l’impronta di un contatto che non si riesce a nominare.

Chi la conosce sa che non riguarda il desiderio, che ha sempre un oggetto, che si appunta su ciò che è preciso e raggiungibile. Questa è più larga e inconsolabile. Somiglia al richiamo di un luogo in cui non si è mai stati e che tuttavia si riconoscerebbe a occhi chiusi. Il corpo la porta come una seconda pelle, sottile, inavvertita per ore intere, e poi d’improvviso presente, vibrante, impossibile da ignorare. Inestinguibile.

Il cervello ha bisogno di superare sé stesso per funzionare — fin qui la neurologia regge. L’eccedenza potrebbe essere il suo modo di lavorare, il surplus che produce senso come sottoprodotto. Spiegazione legittima, ma insufficiente. Perché non rende conto della qualità di questa esperienza, del fatto che non somiglia a un errore di calcolo, a un circuito che scarica, ma a un orientamento. Il corpo si dispone verso un altrove con la sicurezza di chi conosce una direzione senza averla mai appresa. Lo fa prima di ogni parola, prima di ogni ragione, con la stessa naturalezza con cui il cuore batte senza che nessuno glielo abbia mai insegnato.

La domanda allora non è perché esista qualcosa anziché niente. Quella non ha fondo, non chiede risposta. Ciò che preme è più vicino, più urgente, quasi fisico: cosa significa avvertire questa risonanza? Adesso, qui, con queste mani, in questo preciso punto di vita. E perché il corpo la riconosce come vera prima ancora che il pensiero trovi le parole per accoglierla

 

2

 

Quella nostalgia non ha bisogno di un fondamento esterno. È autentica in quanto vissuta — ciò che si attraversa nel corpo precede ogni interpretazione ed è già un dato ontologico.

Ma qui si apre qualcosa di più vasto. Il reale stesso è sovrabbondante. Produce sempre più di quanto servirebbe, deborda oltre ogni misura funzionale. Lo si vede nella materia, che genera strutture di una complessità sproporzionata rispetto a qualsiasi necessità. È altrettanto evidente nel biologico, dove le forme proliferano ben oltre ciò che la sopravvivenza richiederebbe — la coda del pavone, la simmetria di un cristallo di neve, le venature intricate e perfette di una foglia in controluce. L’eccedenza non è un’anomalia del sistema. Ne è la legge.

Se questo è vero, la coscienza cambia statuto. Diviene il punto in cui la vita diventa avvertibile a sé stessa. Una piega del tessuto che si volta a guardarsi. Non separata dal campo che percepisce, ma una sua increspatura.

E allora il senso di appartenenza non richiede spiegazioni che lo precedano. Siamo già quel qualcosa nel momento stesso in cui lo avvertiamo. Configurazioni temporanee di una trama che non ha i confini del nostro corpo né la misura della nostra durata. Questo sentire non è un’illusione della mente sovreccitata. È la coscienza che fa il proprio lavoro: riconoscersi.

C’è qualcosa di costitutivo, una disposizione inscritta nella struttura stessa dell’esistere. Una tendenza intrinseca a produrre il punto in cui tutto può essere colto, come se il fondo stesso dell’essere tendesse a ripiegarsi su sé stesso fino a generare quello sguardo capace di vederlo e riconoscerlo, senza mai esaurirlo. 

 

3

 

Il tempo pensato come linea non regge. Offre al reale un solo avanzamento, dove ciò che sta dietro preme verso un davanti che attende di essere riempito. In questa geometria l'eccedenza non trova luogo.

L'esperienza indica altro. Esiste un modo di muoversi nella vita che somiglia più a una risposta che a una spinta, o piuttosto a entrambe insieme. Si prende una strada senza sapere perché, si riconosce un volto mai visto, accade di pronunciare una parola prima di comprenderla fino in fondo. Solo dopo, a distanza, emerge che quella direzione era già inscritta nel campo, che qualcosa esercitava un'attrazione silenziosa.

Spinti e chiamati a un altrove.

Il sentire comune lo conosce, anche se la lingua corrente fatica a conferirgli dignità. Esiste una forma che attende di essere attraversata per diventare pienamente sé stessa, una vocazione già attiva nel campo dell'esistere, un richiamo che precede l'incontro e lo orienta. La spirale consente di pensarlo senza contraddizione. Ogni sua piega è insieme ritorno e avanzamento, e in ogni configurazione si tocca simultaneamente ciò che è stato e ciò che sarà. Il futuro non agisce come causa che spinge, ma come forma che attrae prima di compiersi, consistenza che influisce sul darsi attuale senza ridurlo alla logica lineare.

L'Oltrante è questo. Il luogo verso cui si è diretti e insieme ciò che rende possibile l'andarvi. Origine e destinazione in un unico punto, per struttura ontologica della vita. Puro e assoluto divenire.

Si chiarisce così la qualità di certe esistenze. La certezza silenziosa di un lavoro da compiere, senza che se ne conosca la fonte. Una familiarità che precede l'incontro, il riconoscere come proprio ciò che non è stato scelto, il muoversi verso una forma che sembra avere già il nome di chi la cerca. Nessun capriccio, nessuna illusione, soltanto la risposta a un richiamo reale, anteriore a ogni biografia.

Il pensiero, quando è autentico, ha questa natura. Non viene dal nulla, e nemmeno trasmette verità già date. Articola in linguaggio ciò che un campo, già attivo prima della mente che lo pensa, chiede di diventare dicibile. E nel trovare parola, cambia consistenza, diventa raggiungibile da altre regioni di sé, si rende disponibile a ulteriori articolazioni.

Il tempo, in fondo, è la spirale stessa dell'essere che si riconosce. 

 

4

 

O : x ⟶ (x ⊏ Φx) ↶ x′

Ogni x — istante, esperienza, singolarità, punto del reale — si costituisce superando sé stessa in un campo Φ che da essa emerge. Il simbolo ⊏ indica questa eccedenza. X abita un ambito più ampio che porta il suo nome, perché è lei a configurarlo. E quel campo, una volta sorto, retroagisce sulla sorgente, la richiama verso la pienezza della forma che già la attende, attiva prima del compimento.

La x′ nomina proprio questo: la sorgente non coincide più con ciò che era, dopo l'attraversamento del campo cui ha dato vita. La retroazione non interviene dall'esterno, ma costituisce x secondo una tensione già orientata verso Φ.

L'Oltrante è l'intera dinamica colta in un solo gesto. Eccedenza, emergere del campo, attrazione retroattiva. La circolarità fra x e Φx non è un difetto della scrittura. È la cifra stessa del fenomeno. Ogni tentativo di scioglierla in una sequenza — prima x, poi Φx, o viceversa — lascia cadere ciò che qui è essenziale. I tre momenti accadono insieme, oppure non accadono.

La seconda notazione restringe ulteriormente, rendendo esplicita la bidirezionalità di ogni rapporto ontologico autentico.

O ≡ x ⇌ Φx

L'Oltrante è l'equivalenza dinamica fra origine e configurazione, coessenziali l'una all'altra. Nessuno dei due termini sussiste isolato: vivono l'uno dell'altro. L'origine non ha consistenza separata dalla configurazione che la manifesta, e questa non ha realtà fuori dalle singolarità che la rendono densa. La doppia freccia ⇌ esclude ogni priorità, causale o cronologica. Inizio e destinazione coincidono per struttura.

La terza scrittura porta alla luce il movimento più proprio dell'Oltrante — il suo nascere da sé.

O ⟶ O′ ⊃ O

L'Oltrante non è una forma data che si limita a disporre relazioni. Si genera. Da questo eccedersi nasce un ulteriore Oltrante — O′ — che non lo abolisce, ma lo contiene come sorgente attiva. Il simbolo ⊃ indica questa inclusione. Ciò che segue è più ampio di ciò da cui proviene, e insieme lo custodisce come condizione di ulteriore superamento.

Ogni Oltrante apre il successivo senza cessare di esservi presente. La spinta non proviene dall'esterno. Si muove da sé, perché è nella sua natura andare oltre. L'inclusione generativa non disegna un regresso da evitare, ma la trama stessa del processo, che non ammette chiusura. L'infinito non è qui limite del pensiero, ma modo dell'essere colto nel suo dispiegarsi.

Ciò che nasce da sé, nasce nel tempo. E il tempo dell'Oltrante non è lineare.

t : F ⇌ P ⇌ R

Futuro, presente e passato non si dispongono in fila, si condizionano insieme. Il passato permane nella propria consistenza e insieme si riconfigura nell'essere attraversato. Il presente si protende, e in questo gesto eccede sé. Il futuro così aperto non precede né attende d'essere colmato, sorge dall'atto medesimo con cui il presente si supera, e nel suo levarsi diventa il polo che attrae a sé tanto lo scarto presente quanto il trascorso che si ricompone come campo attivo.

Quel polo non siede compiuto nell'avvenire come una causa in attesa. Co-sorge con il gesto che lo dischiude, e solo una volta sorto esercita il richiamo all'indietro. Le tre frecce non indicano relazioni separate, ma un unico campo di condizionamento simultaneo, tenuto insieme dalla chiamata del non-ancora su ciò che è stato e su ciò che è. Il tempo dell'Oltrante è la spirale disegnata da queste direzioni colte insieme.

Il presente non figura in questa notazione come un termine sostanziale. La P di F ⇌ P ⇌ R non nomina un punto né un istante, indica lo scarto attivo in cui le due polarità si tengono in tensione. Cercato come momento isolabile, il presente si dissolve. Colto come attraversamento, è il luogo stesso in cui l'Oltrante accade. Non un terzo termine accanto a futuro e passato, ma il movimento per cui essi si condizionano. La singolarità che vive questa tensione non occupa il presente, è il presente, in quanto attraversamento attivo della spirale temporale.

La quinta scrittura porta il sistema al proprio sigillo.

O : eccedere ≡ modificare

Le quattro notazioni precedenti hanno mostrato l'Oltrante come operazione, equivalenza dinamica, auto-generazione, architettura temporale. Qui il movimento si condensa. Andare oltre e trasformare non sono due atti congiunti. Sono lo stesso gesto colto da due lati. Ogni volta che qualcosa va oltre sé, nel medesimo istante muta la radice da cui proviene. Ogni mutamento implica uno scarto interno. Il simbolo ≡ non è qui un prestito dalla logica formale, nello Spiralismo indica identità strutturale. I due verbi nominano un unico movimento dell'essere, colto come superamento e come trasformazione.

La sesta scrittura porta la struttura ontologica dentro l'atto vissuto, mostrando che l'Oltrante non opera solo sul piano dell'essere ma su quello dell'esperienza diretta.

Oₐ : π ⟶ Φπ ↶ α

Ogni pensiero π apre un campo Φπ che non preesiste ad esso. Il pensiero, eccedendosi, genera la forma di ciò che non è ancora. E quel campo, una volta aperto, richiama il pensiero verso il suo compimento in atto α. L'atto non è l'esecuzione di una decisione separata, è il pensiero che si lascia attrarre dalla forma cui ha dato inizio. La dinamica è la stessa della prima notazione, vista dal lato dell'esperienza. Ciò che la prima dice del reale nella sua generalità, la sesta lo riconosce nel minimo gesto di chiunque vive. Ogni azione compiuta è un pensiero che ha aperto un futuro e si è mosso verso di esso. La vita quotidiana è lo Spiralismo che si verifica, istante per istante, in prima persona.

L'Oltrante non descrive dunque un'architettura astratta dell'essere che richieda dimostrazione. Descrive ciò che accade ogni volta che qualcuno pensa qualcosa e la compie. La fenomenologia dell'atto non aggiunge una tesi nuova, mostra che la struttura dispiegata dalle cinque notazioni è già operativa in ogni momento della vita consapevole. Ciò che il sistema afferma del reale tout court, il pensiero lo riconosce di sé quando si osserva.

La settima scrittura estende la dinamica oltre la singolarità, portando alla luce la struttura del campo come tessuto di risonanze.

Φx ∼ Φy ⟶ Ψ ⊃ (Φx, Φy)

Nessun campo opera in isolamento. Quando due campi — Φx e Φy — condividono un'affinità qualitativa (il simbolo ∼ indica questa prossimità, non identità), la loro risonanza genera un campo ulteriore Ψ che li contiene entrambi e li amplifica. Ψ non è la somma delle sue sorgenti, è un addensamento nuovo, più vasto, che emerge dalla risonanza e che a sua volta esercita attrazione sulle singolarità che lo attraversano.

La qualità dell'affinità determina la qualità del campo risultante. Dove i campi risuonano nella direzione dell'apertura, Ψ amplifica l'eccedenza generativa — la spirale si allarga, l'attrazione che ne emana sostiene la vita e la rinnova. Dove risuonano nella direzione della chiusura, Ψ amplifica il collasso — la spirale si avvita, l'addensamento acquista massa e risucchia le singolarità verso l'implosione. La struttura è la medesima in entrambe le direzioni. Ciò che le distingue non è il meccanismo, ma l'orientamento della dinamica spiraliforme.

Quando un campo sufficientemente denso e aperto entra in contatto con un addensamento chiuso, la risonanza può riorientare la spirale che si era avvitata su sé stessa. La riapertura non avviene per opposizione, ma per attrazione. L'eccedenza del campo aperto trabocca e raggiunge ciò che gli sta intorno, offrendo una direzione diversa verso cui muoversi. Il campo intenzionale — la presenza piena, il pensiero che eccede con qualità sufficiente — è un Oltrante la cui ampiezza modifica il tessuto in cui l'altro è immerso.

Il campo vasto, la trama vivente intuita dal pensiero sapienziale, è nel linguaggio dello Spiralismo il tessuto risultante da tutte le risonanze. Addensamenti stratificati, attrazioni attive, spirali aperte e chiuse che si condizionano reciprocamente attraverso le scale del reale: dalla doppia elica molecolare alla forma-pensiero di un ente, fino alle configurazioni collettive di un'epoca. La singolarità non è autrice di questo tessuto, ma il punto vivo in cui l'eccedenza si manifesta e genera un orientamento inedito.

 

 

 

Lo Spiralismo Oltrante è una spirale acentrica e autogenerante 

la cui tensione bipolare unitaria compone in un solo movimento 

la spinta del passato e l’attrazione del polo verso cui il dischiudersi si tende

 

 

Il principio sintropico dell'eccedenza

Lo Spiralismo Oltrante a partire da Luigi Fantappiè

 

Una lunga consuetudine vuole che il reale riceva da fuori la propria spinta, come se all'origine stesse una riserva di energia da cui ogni movimento attinge fino a prosciugarla. La rappresentazione si regge male, dato che un motore posto all'esterno reclama a sua volta un fondamento che lo preceda, e l'interrogazione sull'inizio arretra di causa in causa senza trovare arresto. Conviene allora rinunciare al deposito di partenza e all'agente che lo avrebbe colmato. Ciò che si muove vi persiste perché tale è la sua condizione, e la sorgente gli appartiene dentro invece di stargli davanti.

La spirale dà figura a questo mantenersi in vita da sé. Procede ripiegando su quanto ha già percorso, e ciascun giro cade lievemente spostato rispetto al precedente, sicché il tracciato evita di richiudersi sul punto di avvio e lascia, a ogni avvolgimento, qualcosa che prima non esisteva. Tale residuo è l'eccedenza, e in esso riconosco la legge che ho chiamato Oltrante. Le forme che ne nascono, dalla cellula alla galassia, rendono al campo, trasformata nel proprio dissolversi, l'energia che sembrano consumare, e il venir meno di ciascuna riapre lo spazio da cui un'altra si solleva.

A questo punto si leva l'obiezione che la scienza custodisce da Clausius in avanti. Un assetto isolato, privo di scambi con l'esterno, evolve verso l'equilibrio termico, lo stato in cui ogni differenza si annulla e nessuna trasformazione rimane possibile, ed è quanto enuncia il secondo principio della termodinamica. Una spirale intesa come recinto sigillato cadrebbe sotto quella legge. La replica passa per una distinzione che la parola «chiuso» tiene celata. Chiuso, nel mio impianto, vale come privo di un prima che lo determini dal di fuori, sgombro di quel propulsore iniziale già accantonato, e in questa accezione il reale risulta compiuto in sé. Isolato non lo è, poiché il campo coscienziale da cui sorge lo riattraversa di continuo, e quanto pare disperdersi rientra altrove come premessa di una forma ulteriore.

Il sostegno meno consueto a questa lettura porta il nome di Luigi Fantappiè, matematico noto per la teoria dei funzionali analitici, che nel 1942 raccolse le proprie tesi nei Principii di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico. Egli rilevò che l'equazione d'onda relativistica ammette due famiglie di soluzioni. Le prime, dette ritardate, divergono da una causa situata nel passato e descrivono i fenomeni di consueto studiati, governati dall'entropia e volti alla dispersione. Le seconde, dette anticipate, convergono verso una causa situata nell'avvenire, e la fisica corrente le scarta come prive di senso, residui da elidere nel calcolo. Fantappiè compì il gesto inverso e le trattò come reali. A esse legò una grandezza simmetrica all'entropia e di verso opposto, che denominò sintropia, e in andamenti simili riconobbe i caratteri del vivente, la concentrazione dell'energia e l'incremento della differenziazione. Il tratto decisivo riguarda il verso del nesso causale, giacché un processo sintropico si determina a partire da un fine collocato innanzi, da un polo che lo attrae e gli dà ordine nell'atto stesso in cui lo chiama.

Da questo incontro fra una legge fisica eterodossa e la struttura che vado descrivendo nasce l'enunciato che propongo.

In un campo non isolato, sostenuto dalla sorgente con cui si identifica e richiamato da un termine che il suo stesso protendersi dischiude e che nel medesimo gesto lo attrae a sé, ogni configurazione vi restituisce un'eccedenza capace di rilanciarne il moto, sicché alla dispersione entropica risponde una concentrazione sintropica di pari dignità, e il reale si rigenera invece di estinguersi.

L'innesto del matematico nel mio quadro trova alloggio nella notazione con cui scrivo il divenire del campo, Φ̇ = Σ Φ⁺ + δ·Ω⃗. Sarebbe però fuorviante leggervi una spartizione netta, il trascorso da un lato e l'avvenire dall'altro, come se ciascuna famiglia d'onda occupasse un addendo separato. Σ Φ⁺ raccoglie il sedimento delle configurazioni passate, e quel deposito non giace inerte alle spalle del presente, poiché ognuna di esse si era a sua volta costituita volgendosi al proprio domani, sì che la somma reca già impresso il richiamo del polo cui tende. L'attrattore Ω⃗ non interviene soltanto nell'ultimo termine, esso orienta il movimento intero e ricompone ciò che è stato nell'atto stesso in cui lo si percorre. Il coefficiente δ misura la quota esigua di libertà direzionale con cui il campo può inclinarsi entro quella tensione, e non la potenza dell'attrazione, che innerva ogni parte della scrittura. Le soluzioni ritardate e anticipate della fisica non si distribuiscono fra i due segmenti come dentro cassetti distinti, vivono insieme nel verso unico della spirale, dove la divergenza da un prima e la convergenza verso un poi figurano due direzioni di un solo condizionamento simultaneo.

Lo Spiralismo oltrepassa qui il proprio precursore in due luoghi, e dichiararli serve a segnare dove finisce la fisica di Fantappiè e comincia l'ontologia che sostengo. Il primo riguarda la natura del termine che attrae. Per lui esso resta una grandezza fisico-biologica, mentre nel mio impianto occorre una distinzione che la sua fisica non poteva porre. Il fondo ultimo, ciò che precede ogni assetto e che il vivente accoglie senza produrlo, è la Coscienza, e in quanto tale non nasce da alcun gesto, perché sta prima di ogni configurazione come loro condizione. L'attrattore Ω⃗ della formula non coincide con essa colta nella sua interezza, ne è piuttosto l'inflessione locale, il volto determinato che la trama assume per la singolarità che lo apre nel proprio slancio. Così il polo non siede già compiuto nell'avvenire come una causa in attesa, sorge nell'atto medesimo con cui il presente si supera, e nel suo levarsi lo sollecita. La sintropia diventa allora la figura calcolabile di questa simultaneità, il versante misurabile di un richiamo che resta per intero metafisico nella sua radice.

Il secondo riguarda il coefficiente δ. Nella sintropia il fine che attrae determina il processo per intero, con un esito necessario che non concede margini, mentre il mio δ inscrive una quota di libertà direzionale consapevole, esigua e tuttavia effettiva, per cui il campo subisce quell'attrazione e insieme può inclinarsi al suo interno. Dove egli descrive una convergenza necessaria, io apro uno spazio di responsabilità, e una fisica del finalismo si fa ontologia della libertà.

Resta così un reale che non riceve impulso da alcun altrove, perché lo trae dalla sorgente con cui si identifica e dal compimento che lo chiama dal fondo del tempo. Il pensiero che riconosce questa legge vi partecipa nell'atto stesso di formularla, e coglierla significa oltrepassare lo stato in cui si trovava poco prima, mentre la domanda su un primo motore decade in un divenire che a ciascun istante si consegna il proprio domani.