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Quando il nome abdica e il limite si sgretola,
non invade:
scosta il peso del mondo,
incide un taglio nella carne incapace di difendersi.
Chiede al corpo di farsi varco, esposizione nuda,
dove l’altro accade oltre l’argine del senso
e ogni confine certo si dissolve nel sentire.
In questa fessura incustodita la mano incerta
diventa riparo del vuoto e rallenta la tempesta;
è la tenerezza che abita la pelle senza consumarla,
ritmo lieve che sottrae la vita alla ferocia,
sguardo capace di accogliere senza urgenza di trattenere.
Ed è lì,
dove il tocco si fa aria e il contatto vibra,
che la nostalgia cessa di essere rimpianto del tempo
e si apre come richiamo di ciò che freme senza compiersi.
Distanza sottile,
vasta misura che ci attraversa
senza mai coincidere con il presente,
ricordando come ogni legame autentico
vegli su un’eccedenza che non va colmata.
Così le correnti si avvolgono in un unico respiro.
L’apertura che scardina,
la cura che sostiene,
la mancanza che illumina ciò che resta fuori.
Non più compimento.
Abitiamo lo scarto come una stanza di luce
in cui il senso balena e subito si ritrae,
in una tregua dove la crudeltà sospende il moto.
Non siamo padroni,
ma luoghi attraversabili,
echi di un passaggio,
ascolto puro sulla soglia.
L’Essere finalmente comincia,
non più prigioniero,
a riconsegnarsi al mondo.
Con estrema,
silenziosa cura.