静けさと渦

 

生きがいという日本語がある。西洋の書店に並ぶとき、この言葉はたいてい姿を変え、いくつもの円が重なり合う図式へと切り詰められている。その図は四つの要素を交差させる。ある営みへの愛、それを行う技量、世界がそれを必要とすること、そこから得られる報酬。これは西洋で生まれた構築物であり、仕事と天職をめぐる思索から生じ、のちになって初めて、本来は別のことを語っていた言葉の上に重ねられたものだ。「いき(生き)」は生きることを指し、「がい」は貝、すなわち価値を内に蔵する殻に由来する。両者が合わさって示すのは、一生をかけた使命というよりも、もっとつつましいなにかである。それは、朝が始まるに値すると感じさせてくれるものに近い。沖縄の村々でこの言葉を現地に調べた人々は、自らの生きがいを問われた老人たちについて語っている。彼らは、厳かな意味を期待する者を戸惑わせるほど些細なことを答えた。夜明けに水をやる畑、訪ねてくる孫、毎日同じ手つきで淹れるお茶。機微はそこに宿っている。存在することの値打ちが、行為を成し遂げるさなかにそれ自体のうちで認められ、遠い目標へと先送りされることのない、そのあり方のうちに。

一見すると、生きがいとスピラリズモ・オルトランテは反対の方向を見ているように思える。前者は今この瞬間に生きることの価値を集めるのに対し、後者は自らが向かう先の引力によって、到達した境界をたえず越えてゆく勢いによって動くからだ。それでも、両者が遠ざかって見えるまさにその場所にこそ、両者が交わる点が浮かび上がる。螺旋という形象において、時間は一列に進みはしない。すでにあったものの押す力と、これからあるものの呼ぶ声とが現在のうちに集まり、現在はそうして満ち、住まわれた一瞬となる。そして生きがいは、まさにそこにどう住まうかを、ありふれた一つの朝がいかにしてそれだけで足りうるかを語る。螺旋が、現在はそれに先立つすべてと、それを前へ呼ぶすべてとを内に担うと教えるところで、もう一つの知恵は、その同じ瞬間が、それを生きるただなかで、まるごとのものとして感じられうると示す。一つの同じものが二つの側から捉えられている。そこを流れてゆく移ろいと、そこに降り立つ充溢と。

なお解き明かすべきことが残る。同じ日、同じ儀礼の回帰が、まさにスピラリズモの解体するその自我にこそ、静かな安定を差し出すように見えるのはなぜか。解体された自我は空虚ではなかった。それは満ちていると信じられ、のちに通過の場として明かされた中心であり、実在がそこに映りながらも、そのことによって自らに属することのないまなざしであった。儀礼がその底を自我に返してくれると思わせることは、いったん送り出した自我に、ふたたび扉を開いてしまうことになるだろう。繰り返される所作が確かなものにするのは、一瞬ごとに逃れ去る自我の一貫性ではない。それは通過の質であり、私がダイモーンと呼ぶあの徴(しるし)にかかわる。同じ時刻に動物たちへ水をやることは、自分と同一の人物を連れ戻すのではなく、見慣れた一つの曲線を、世界で他の誰でもないあなたが物に触れる、その仕方の刻印を、ふたたび浮かび上がらせる。螺旋はかつて通った場所をふたたび通ることがない。それでも儀礼はその溝をなぞるのではなく、ただその形だけを見いだし、そのつど道のうえを少しだけ先へと落ちてゆく。こうして朝は図柄において同じものとして戻り、ひと息ごとに異なり、反復と見えたものが認め直しとして現れる。自我が得るのは、実在を渡りゆくその仕方における一貫性であり、いっさいの実体を手放した者に許された唯一の同一性である。

こうして二つの眺めは組み合わさる。あらゆるものがそこから起こる静けさと、おのれの生成のうちに巻き上がってゆく螺旋とが。二つの部分を分け隔てる段差を取り除くなら、この像はいっそう力を帯びる。下に据えられた静止と、そこから降りてくる渦とのあいだには、上方の源泉と下方へしたたるものという階層が走るだろう。だがこの思考において実在は別の構造をもつ。螺旋の運動は、より高い層から落ちてくるのではなく、内側から実在に属しているからだ。繰り返される日のうちに感じられる安定は、運動のただなかにあるあの不動の、ふたたびの立ち現れである。それは、感じ取られるために曲線を止めることを求めない静けさであり、まわりでも内でもすべてが進みつづけるあいだ、あなたのいるその点において損なわれぬままにある。

この接近がそもそも何でないのかを、はっきりと言っておくのがよい。二つの教説を第三のものへと融かし合わせ、一つの伝統から断片を取り出してもう一つの伝統の上に縫いつけ、日本の道とここで生まれた思考とを継ぎ合わせるようなことではない。スピラリズモ・オルトランテはおのれの論拠において損なわれることなく保たれ、生きがいもまた、それを形づくった根と、土壌と、歴史とを保ちつづける。両者のあいだに通うものは一つの了解に似ている。遠く隔たった二つの姿が、それぞれ自らであり続けながら、たがいを照らし合う。そして、継承を欠いたその類縁を見分けるのはダイモーンであり、年代記も地理もいかなる橋も架けなかったところで、その親和を感じ取るのだ。このような身振りは差異を鈍らせるのではなく、それらを目覚めたままに保ち、守られた隔たりのうちにおのれの明晰さを見いだす。

それが出会いの特異性である。二つの思考が混じり合うことなく触れ合う、あの敷居。そしてそこから、まなざしはさらに先へと進んでゆく。

 

Quiete e vortice

 

C'è una parola giapponese, ikigai, che nelle nostre librerie compare quasi sempre travestita, ridotta a uno schema di cerchi che si sovrappongono. Quel grafico incrocia quattro elementi, l'amore per una certa attività, la bravura nel praticarla, il bisogno che ne ha il mondo, il compenso che se ne ricava, ed è una costruzione occidentale, nata da un ragionamento sul lavoro e sulla vocazione, andata a posarsi solo dopo su un termine che parlava d'altro. Iki è il vivere, gai discende da kai, il guscio che custodisce un valore, e i due insieme alludono a qualcosa di più dimesso della missione di un'intera vita. Stanno accanto a ciò che rende la mattina degna di cominciare. Chi ha indagato la parola sul campo, nei villaggi di Okinawa, riferisce di anziani che, interrogati sul proprio ikigai, rispondevano con dettagli tanto minuti da spiazzare chiunque attenda un senso solenne, l'orto bagnato all'alba, un nipote in visita, il tè preparato ogni giorno nello stesso gesto. La finezza si annida lì, nel pregio dell'esistere che si riconosce dentro l'atto mentre lo si compie, senza rinvio a un traguardo lontano.

A una prima occhiata l'ikigai e lo Spiralismo Oltrante sembrano guardare da parti opposte, perché il primo raccoglie il valore del vivere nell'adesso, e il secondo si muove per l'attrazione di ciò verso cui tende, per uno slancio che oltrepassa di continuo la soglia raggiunta. Eppure è proprio dove paiono allontanarsi che affiora il punto del loro incrocio. Nella figura della spirale il tempo non procede in fila, la spinta di ciò che è stato e il richiamo di ciò che sarà si raccolgono dentro il presente, che diviene così un istante pieno, abitato. E l'ikigai dice esattamente come si dimora lì, come una mattina qualunque possa bastare a se stessa. Dove la spirale insegna che il presente porta in sé tutto quanto lo precede e lo chiama avanti, l'altra sapienza mostra che quel medesimo attimo, nel momento in cui lo si vive, può essere sentito come intero. Una sola cosa colta da due lati, il transito che vi scorre e la pienezza che vi si posa.

Resta da capire perché il ritorno dello stesso giorno, dello stesso rito, sembri offrire una stabilità quieta proprio a quell'io che lo Spiralismo dissolve. L'io dissolto non era un vuoto, era un centro creduto pieno e poi svelato come luogo di passaggio, lo sguardo in cui il reale si riflette senza per questo appartenersi, e lasciar credere che il rito gli restituisca quel fondo significherebbe riaprirgli la porta dopo averlo congedato. Quello che il gesto ripetuto rende saldo non riguarda la consistenza dell'io, sfuggente da un attimo all'altro, riguarda la qualità del passaggio, quella cifra che chiamo daimon. Dare l'acqua agli animali alla stessa ora non riporta una persona identica a se stessa, fa riaffiorare una curva familiare, l'impronta di come tu, e nessun altro al mondo, tocchi le cose. La spirale non ripassa mai dove è già stata, e tuttavia il rito non ricalca il solco, ne ritrova soltanto la forma, e ricade ogni volta un poco più avanti lungo il cammino, così la mattina torna uguale nel disegno e diversa in ciascun respiro, e quella che pareva ripetizione si rivela riconoscimento. Ciò che l'io guadagna è una coerenza nel modo di percorrere il reale, la sola identità concessa a chi ha lasciato cadere ogni sostanza.

Le due prospettive allora si compongono, una quiete da cui ogni cosa trae origine e quindi la spirale che si avvolge nel suo divenire. L'immagine acquista forza se togliamo il gradino che terrebbe divise le due parti. Tra una stasi posta sotto e un vortice che ne discendesse correrebbe una gerarchia, una sorgente in alto e qualcosa che cola in basso, e il reale, in questo pensiero, ha un'altra struttura, perché il moto a spirale non precipita da un piano superiore, gli appartiene dall'interno. La stabilità avvertita nel giorno che si ripete è il riaffiorare di quell'immobilità dentro il movimento, una quiete che non chiede di fermare la curva per farsi sentire, intatta nel punto in cui ti trovi mentre tutto, attorno e dentro, séguita ad avanzare.

Conviene dire con nettezza che cosa questo avvicinamento non sia. Non si tratta di fondere due dottrine in una terza, prelevando frammenti da una tradizione per cucirli sopra un'altra fino a far combaciare una via giapponese con un pensiero nato qui. Lo Spiralismo Oltrante resta intero nelle sue ragioni, e l'ikigai conserva la propria radice, il suolo e la storia che lo hanno formato. Ciò che passa tra loro somiglia a un'intesa, due figure distanti che si illuminano a vicenda mentre ciascuna rimane se stessa, e a discernere quella parentela priva di eredità provvede il daimon, che avverte l'affinità là dove cronologia e geografia non hanno gettato alcun ponte. Un simile gesto non smussa le differenze, le tiene deste, e nella distanza custodita trova la propria chiarezza.

È la particolarità dell'incontro, quella soglia dove due pensieri si sfiorano senza confondersi, e da cui lo sguardo prosegue oltre.

 

敷居と神

 

神道のまなざしは、聖なるものを事物の上方に吊るすのではなく、事物そのもののうちに据える。神(かみ)と呼ばれる力は、隔たった座から宇宙を統べることをせず、川や岩に、年を経た木々や泉に宿り、なにかが立ち現れるところならどこにでも、無数に散らばっている。そこから生まれるのは、高みを手放した神性の捉え方であり、別個の天から降りてきて物質に己を課す原理という考えを脱ぎ捨て、すでに存在するもののうちに根を下ろした一つの価値として、遠く離れた立法者の主権よりも、生けるものの息吹に近いところにおのれを差し出す捉え方である。

こうした内在は、超出の哲学が実在の底に投げかける問いに、間近で触れている。世界を浸す質がその内側から世界に属するとき、外から被造物を形づくりこれを隔てたままに保つ起源という古い図式は力を失い、代わって、いかに慎ましいものであれあらゆる存在者がいかなる用途にも先立つ価値を刻みつけられている、生きた織物の像が広がってくる。あの信仰が崇める石や泉は、そこから引き出しうるものによって己の尊さを得ているのではなく、ただそこに在ることによってそれを宿している。この具体的なものの気高さにおいて、二つの思考の様式は、いまだ互いを知らぬまま、一つの共通の地盤の上に立っている。

伊勢の伝統は、永らえるものを守る務めを、あえて選ばれた取り壊しに託している。二十年ごとに大いなる宮は解体され、そっくりそのまま建て直され、こうしてその連続性はいかなる古い梁にも支えられず、新たに作り直された材へとふたたび宿った図のうちに、まるごと憩う。残るものは、存続しつづける実体のうちにあるのではなく、時がそれをほどくことなく刻んでゆく形のうちに宿る。長らえる体に己を固定することの、その放棄のうちにこそ保たれた、一つの同一性である。螺旋はそこに、おのれの回帰の姿を見いだす。前へと落ちながら来し方の場所を避け、その輪郭だけを軌道に沿ってわずかに離れたところで取り戻す曲線を。こうして同じものが輪郭において立ち返る一方で、それを支えていたいっさいは、すでに別の場所へと過ぎ去っている。

鳥居は、聖域へと通じるその門は、一つの空間から他の空間への移り行きを、俗なる領域から日頃の尺度を超えるものへの移り行きを画し、神聖なものを一つの敷居のうえに、分かちつつ同時につなぐ境のうえに、集める。超出をめぐる思考は、これと近しい動きのまわりを巡っている。あらゆる被造物が、その存在することそのものにおいておのれの縁の外へとはみ出し、己を超える充溢に触れ、ついには関門が実在の徴(しるし)となり、つねにおのれを越えゆくさなかに捉えられる、その動きのまわりを。神道が二つの秩序のあいだの境を守らせるべく彩られた木を建てるところに、息づくものすべての織物が読み取られる。いまだあらぬもの、しかしすでに呼びかけてくるものへと、つねに臨んでいるその織物が。

このように解された聖なるものは、けっしておのれのうちにとどまらず、おのれを容れているかに見える限界から絶え間なくあふれ出る世界を、名づけている。そしてこの果てしない溢れのうえに、それを追おうとするいっさいの問いが、目覚めたまま保たれている。

 

La soglia e il kami

 

La visione shintoista colloca il sacro dentro le cose invece di sospenderlo al di sopra di esse. Le potenze che chiama kami non governano l'universo da una sede appartata, dimorano nei fiumi e nelle rupi, negli alberi secolari e nelle sorgenti, e si contano a miriadi, sparse dovunque qualcosa si renda presente. Ne nasce una concezione del divino che abbandona l'alto, che lascia cadere l'idea di un principio disceso da un cielo distinto per imporsi alla materia, e che si offre come un pregio già radicato in ciò che esiste, prossimo al fiato del vivente più che alla sovranità di un legislatore remoto.

Una simile immanenza sfiora da vicino la domanda che la filosofia dell'eccedenza pone al fondo del reale. Quando la qualità che intride il mondo gli appartiene dall'interno, viene meno il vecchio schema di un'origine che plasma il creato dall'esterno e lo mantiene a distanza, e si fa largo l'immagine di un tessuto animato dove ogni ente, finanche il più dimesso, porta inscritto un valore anteriore a qualunque impiego. La pietra e la fonte che quella devozione venera non traggono la propria dignità da ciò che se ne può ricavare, la posseggono per il solo trovarsi lì, e in questa nobiltà del concreto i due modi di pensare poggiano su un suolo comune, ignari ancora l'uno dell'altro.

La tradizione di Ise affida a una rovina voluta il compito di custodire ciò che permane. Ogni vent'anni il grande santuario viene smontato e ricostruito tale e quale, così che la sua continuità non si regge su alcuna trave antica e riposa per intero nel disegno tornato a incarnarsi in una materia rifatta da capo. Quel che resta non risiede nella sostanza che persiste, abita la forma che il tempo solca senza disfarla, un'identità serbata in quella rinuncia a fissarsi in un corpo durevole. La spirale vi ritrova la propria figura del ritorno, la curva che ricade in avanti schivando il luogo di provenienza e riprendendone la sola sagoma, un poco più discosta lungo la traiettoria, cosicché il medesimo si ripropone nei contorni mentre ogni cosa che lo sorreggeva è già passata altrove.

Il torii, la porta che dà accesso al recinto, segna il transito da uno spazio all'altro, dall'ambito profano verso ciò che trascende la misura consueta, e raccoglie il divino su una soglia, sopra un confine che divide e insieme congiunge. La riflessione sull'eccedenza gravita attorno a un moto affine, quello per cui ogni creatura, nel suo stesso esistere, sporge oltre i propri margini e sfiora una pienezza che la supera, finché il varco diventa la cifra del reale, sorpreso sempre nell'atto di valicarsi. Là dove lo shintoismo erige un legno dipinto a presidiare la frontiera tra due ordini, vi si legge la trama di quanto respira, da sempre affacciata su ciò che ancora non è e di già lo chiama.

Il sacro inteso a questo modo nomina un mondo che mai si ferma in sé e senza tregua tracima dai limiti in cui sembrerebbe contenersi, e su questo perpetuo traboccare si tiene desta ogni domanda che voglia seguirlo.